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Cinque minuti

di Lorenzo Vercesi

Tenuto in un piccolo vaso il pesce rosso rimarrà piccolo, in uno spazio maggiore 
esso raddoppia, triplica o quadruplica la sua grandezza
Big Fish – Tim Burton

PROLOGO

    La mattina del 4 settembre sono rimasto bloccato dentro l’abitacolo di un ascensore. Il meccanismo si è inceppato a metà fra il sesto e il settimo piano di un edificio condominiale. Non c’è stato alcun rumore o segnale che preannunciasse il guasto. Semplicemente, d’improvviso, tutto ha smesso di funzionare. Sarei dovuto scendere all’ottavo piano, poco oltre. Dal piano terra a quel piano passano in media non più di due minuti, se tiri dritto. Qualche minuto in più se non sei solo e c’è qualcuno che sale con te e prenota la discesa prima della tua. Questa è la storia di come sono rimasto da solo in quell’ascensore, raccontata in cinque atti, uno per ogni minuto di transito prima dell’arresto.

ATTO TRE o terzo minuto: la ragazza con il tatuaggio di una fiaccola

    Provo a concentrarmi su altro, ma lo specchio è lì davanti a me. Una sentenza inevitabile. Non è più solo quel profumo sussurrato e un po’ retro. Il fermaglio che tiene fermi i capelli in una coda alta, che ha la forma di una farfalla, nera, sul punto di iniziare il volo. O le linee accese e nitide del tatuaggio di una fiaccola, sulla parte alta della coscia, che traspare dai collant. E nemmeno più soltanto la borsa di tela leggera, decorata con una serigrafia elegante ed essenziale, dalla quale sporge l’angolo di una rivista cartacea. Finché ho tenuto gli occhi bassi, al di sotto della linea dello specchio, questi sono i dettagli che mi hanno attirato. Poi però ho ceduto, rinunciando in un colpo al fascino di quella seduzione sfuggente e soffusa. Ho ceduto e ho alzato lo sguardo, sbattendo inevitabilmente contro l’immagine riflessa. Quella ragazza ora ha un volto, dei tratti somatici, una corporeità. Cessa di essere una semplice somma di suggestioni. E, in mezzo a quel volto, due occhi sconfinati mi guardano attraverso lo specchio. Veri, reali, fisici. Mi guardano e poi spariscono, in un modo così reale che un po’ mi graffia, mi ferisce. Le porte si chiudono.

ATTO QUATTRO o quarto minuto: il messaggio su mia zia

    Il telefono nella mano destra vibra. Ruoto appena lo schermo per guardare, poi mi blocco. Mi capita spesso, quando arriva una notifica. Aspetto un istante prima di guardare, come se in quell’attesa ci sia qualcosa di irrinunciabile e decisivo. Mi blocco per un secondo, ma poi sblocco lo schermo, digito il PIN e mi appare l’iconcina di Whastapp. Controllo nervosamente l’ora, lo faccio dall’orologio che ho sul polso dell’altra mano. Sospiro piano e poi apro l’anteprima. La leggo e poi blocco lo schermo, torna nero e torna a riflettere la sagoma dei miei occhi. Li sento improvvisamente crescere di peso, un aumento minimo ma cruciale. Sono come diventati di vetro e nulla del meccanismo muscolare delle palpebre pare in grado di sostenerli. Immagino di vederli crollare a terra, rotolare scheggiati in una traiettoria sbilenca e sgraziata e fermarsi là, dove ogni cosa può sbilanciarsi in alto. C’è una visuale migliore da qui. Nulla spaventa o minaccia e tutto è custodito dal privilegio della piattezza. Cinque angeli verranno a prendermi. Verranno in cinque e con fiati di fiamme. Cinque dei cento angeli dai volti di fango scenderanno, e verranno a prendermi.
Così aveva scritto una volta, l’avevo immaginata mentre fumava sulla panchina in pietra, quella su cui si sedeva sempre, nel giardino interno della struttura. Questo mi aveva scritto e poi più nulla per settimane. È morta, ora, mia zia. Sola, magra e sperduta come un giunco in una palude di ghiaccio. Finalmente libera dalle parole che le affollavano la testa. «Mi limano i pensieri, tutto il giorno. E li fanno pungere» diceva. Forse i cinque angeli sono scesi davvero. Sono scesi e hanno addolcito i suoi pensieri, arrotondandoli, smussandoli. Trasformandoli in linee di vento pronte finalmente a svanire.

ATTO UNO o primo minuto: la casa di mia nonna

    Mia nonna abita in un quartiere a nord della città. Una zona residenziale, anonima al punto giusto da essere tranquilla. Vive lì da sempre, non si è mai spostata. Gli stessi mobili, la stessa carta da parati, gli stessi quadri alle pareti. La stessa formula sbiadita ma accogliente con cui si distribuisce la luce quando si infila nel soggiorno da sotto le tende. Una vita intera in una casa sola. Mentre pedalo lungo il viale, stando attento a non urtare le macchine parcheggiate in fila, penso a come sarebbe stata la mia vita dentro una sola casa. Una sola composizione di mobili, una sola vista da un solo gruppo di finestre. Te ne accorgi, quando traslochi, di come cambia la luce quando ti sposti. Entro in rotonda e accelero, piego a destra per prendere l’uscita prima che scatti il verde e ripartano le macchine ferme al semaforo. Il condominio in cui si trova la casa di mia nonna è poco più avanti, dove i civici non superano la decina. Ѐ un edificio storico, costruito a inizio Novecento. All’interno, le case si avvicendano lungo nove piani. Sul lato interno, che si affaccia sul cortile, tutte le porte danno sullo stesso ballatoio. Mia nonna vive all’ottavo, il penultimo, su cui la luce si arrampica di taglio, felina. Per raggiungerlo c’è una rampa interna di scale, regolari e ampie. Per evitarle si può salire in ascensore. La cabina si alza dal piano terra e sale lungo una struttura in vetro. Quando ero piccolo si vedeva tutto, mentre si saliva. Poi hanno chiuso il lato esposto della cabina, sostituendo il vetro con uno specchio e da lì si vede solo il riflesso di chi sta salendo. Non mi piace guardarmi mentre salgo, mi sembra di rimanere impigliato in una trappola. L’immagine riflessa resta ferma, ma nella cabina, il corpo che la produce viene mosso verso l’alto. Lo trovo inquietante. Lego la bici a una delle rastrelliere che ci sono in cortile. Ѐ una mattina di fine estate e il cortile è inondato da un sole quasi nostalgico che mi insinua sottopelle una fragile malinconia. Poco importa, mi dico, tanto da dentro non si vede. Quando si apre la porta la luce artificiale mi dà uno strano chimico conforto. Entriamo in tre, io premo il tasto otto.

ATTO DUE o secondo minuto: mio padre

    Non ho fatto molto caso a quell’uomo, che con un’abilità invidiabile di occupare spazio senza essere notato è entrato nella cabina ed è rimasto completamente immobile dietro alla ragazza. Ѐ stato lui il primo a scendere. Ѐ già vicino alla porta, con il volto opposto allo specchio e le mani raccolte alla vita. Sembra avere una gran fretta. Quando le porte si aprono, con quella lentezza tutta cigolii e ruggine che non hanno mai perso, fa per muovere un passo verso l’esterno. La gamba è rimasta per aria qualche secondo, ritta e tesa in un gesto un po’ teatrale, iniziato troppo presto. Ѐ in quel momento che ho capito chi fosse. Tradito da quell’abitudine che mi aveva sempre divertito, fin da quando ero piccolo. Lo faceva in ascensore, sull’autobus, sulla metro, al supermercato. Tutte le volte che si trovava di fronte a delle porte automatiche, che iniziavano il loro movimento di apertura e ci mettevano qualche frazione di secondo, lui tendeva la gamba in avanti, irrigidiva il piede e lasciava il gesto sospeso in aria prima di appoggiare il piede a terra e fare un passo. Quella mattina, dentro alla cabina dell’ascensore della casa di mia nonna, quella stessa casa dove aveva abitato a lungo, ho rivisto mio padre dopo anni. Non saprei neanche dire se mi abbia riconosciuto, così come non mi spiego come abbia fatto io stesso a non accorgermi di lui prima che la cabina abbia raggiunto il primo piano, le porte abbiano iniziato ad aprirsi e lui si sia rivelato con quel suo gesto così caratteristico. Cosa ci faccia lì, nel condominio della casa in cui era cresciuto, e perché mai sia sceso al secondo piano, preferisco evitare di domandarmelo. Sono passati almeno dieci anni dall’ultima volta che ci è stato. Uno di quei dati di fatto di cui non puoi fare altro che renderti conto, senza alcun possibile pensiero razionale al di là della semplice registrazione. Non so perché questa mattina non mi scalfisca. Può darsi che tutto quel tempo abbia limato via dalle mie sensazioni ogni traccia tangibile dell’effetto che mi faceva quell’uomo. Resta il fatto che, la mattina del 4 settembre, nella cabina dell’ascensore del condominio in cui abitava mia nonna, senza neanche che lui se ne accorgesse, ho rivisto mio padre.

ATTO CINQUE o quinto minuto: fisionomia di un arresto

    Guardo la pulsantiera, si è appena spento il cerchietto che illuminava il tasto del quinto piano. Mancano ancora due piani, poi anche io scenderò. Non so più se voglio farlo, alla fine qui dentro mi sento bene. C’è una luce benevola, continua, che dona un’illusione di conforto tipica delle cose artificiali. Delle cose che esistono da sole, in una pienezza inscalfibile che non ha bisogno di sensi o di spirito per non corrompersi. Anche il tempo qui è una successione ciclica di andirivieni, ci sono solo i tasti che si illuminano, le porte che si aprono e si chiudono e il meccanismo che tiene tutto insieme. Là fuori ci sono tutte le cose che possono finire. C’è mio padre, sparito per anni e ora riapparso proprio in questa mia stessa minima porzione di spazio. C’è la ragazza con la fiaccola tatuata sulla coscia, il suo profumo così preciso. C’è una cosa come mia zia che muore, sola come un sarcofago sepolto in chissà quale cunicolo sotto alla sabbia, con la vestaglia sdrucita che ancora odora delle sue sigarette. Mi sento protetto da tutto questo, qui dentro. Si illumina il tasto del sesto piano. Io sento la schiena scivolare lungo la parete alle mie spalle, le gambe trasformate d’improvviso in un inganno maldestro. Poi accade. Ci mette poco, non fa rumore. Ѐ quello che sembra: un meccanismo che si inceppa, un colpo a vuoto di una pistola che era carica. Chiudo gli occhi, tutto è fermo e liscio come un braccio di lago. Ѐ la mattina del 4 settembre e lo so. Sono fermo anche io.

Lorenzo Vercesi è nato nel ’94 a Trieste, è cresciuto a Milano e ora vive a Trento. Ha studiato neuroscienze e psicologia clinica. Al momento è ricercatore postdoc, segue un progetto sugli stereotipi di genere e razziali nel mondo del lavoro e sta per iniziare il tirocinio da psicologo. È co-fondatore e co-direttore della rivista Gelo; ha scritto quasi sempre poesia, ma da qualche anno si è spostato sulla prosa. Qualche suo racconto è uscito online su Micorrize, Lo Scisma, Nabu e Lunario.